Fanteria d’Arresto 104 AUC Cesano di Roma

1982, 104 AUC Cesano di Roma, Foto ricordo di un periodo assai agitato alla caserma di Fanteria di Cesano romano.

 

 

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Durante gli anni della guerra fredda, nella situazione a schieramenti contrappo-sti Patto Atlantico – Patto di Varsavia venutasi a creare e che ha caratterizzato tutto il secondo dopoguerra sino alla caduta del muro di Berlino, l’Esercito italiano era orientato, soprattutto, alla difesa delle frontiere orientali.

In quegli anni, la Fanteria d’arresto aveva il compito, in caso di attacco provenien-te dagli ex Paesi dell’Est (Patto di Varsavia), di bloccare o comunque ritardare l’avanzata nemica, permettendo all’Esercito italiano di organizzarsi per la successiva difesa.
Lo scopo veniva raggiunto, in cooperazione con altri reparti mobili, con l’ausilio di fortificazioni permanenti, dette “opere”, composte principalmente da cannoni anticarro (dette postazioni P), mitragliatrici (dette postazioni M), posti di osservazione e posti di comando. Tali opere, costruite anche con fondi NATO, erano dislocate nel Friuli-Venezia Giulia e si estendevano dal confine con la ex Jugoslavia (ora Slovenia) sino al fiume Tagliamento, da est verso ovest e dal passo di Tanamea alla zona compresa fra la foce del Timavo e quella dell’Isonzo, da nord a sud.

La maggior parte delle fortificazioni (dette opere in pianura e sbarramenti in montagna) era costruita attorno o in prossimità degli assi stradali più importanti e di importanti ponti stradali o ferroviari (ad esempio il ponte della Delizia e Dignano). Scopo principale della fortificazione permanente era di sostenere lo sforzo di con-tenimento e di contrasto contro un eventuale invasore da parte delle unità coraz-zate e meccanizzate. In sostanza, la fortificazione avrebbe dovuto servire a: con-tenere le forze avversarie e comunque a rallentarne il movimento; incanalarle lungo assi che avrebbero favorito l’intervento delle forze armate italiane; costituire perno di manovra per le unità mobili della difesa; difendere e tenere zone particolarmente importanti per la difesa o chiudere assi di penetrazione secondari, attraverso i quali potevano essere tentate manovre di aggiramento o di alleggerimento.

Fortificazione nei pressi di Doberdò
La composizione delle opere era molto variabile a seconda della zona in cui si tro-vavano, del compito loro affidato, del tipo di avversario che avrebbero dovuto contrastare (corazzato o motorizzato) e della morfologia del terreno. Unica ecce-zione è il complesso difensivo scavato in caverna della Galleria di Purgessimo unica opera assomigliante alle opere del Vallo Alpino.
Grande uso venne fatto, per le postazioni di tipo P, della tecnica del così detto “carro in vasca” e cioè l’uso di carri armati “interrati” in apposite grosse vasche di cemento armato, atte a contenerli; in questo modo emergeva dal livello del terreno la sola torretta del carro unica parte funzionante dello stesso. Queste torrette venivano mimetizzate in apposite strutture che potevano essere smontate in breve tempo per le necessità di eventuale utilizzo. Limitrofi alla vasca stessa c’erano altri locali accessori (sempre in cemento armato ed interrati) per la vita della postazione quali: locale gruppo elettrogeno, deposito munizioni e locali per il personale a supporto. Il carro più usato per questo utilizzo fu lo M4 Sherman.
Con la fine della guerra fredda, la necessità di difendere la “porta di casa”, la co-siddetta Soglia di Gorizia, perse in gran parte la sua valenza e tutte queste posta-zioni furono progressivamente smantellate: nel 1993 ne venne completata la dismissione. ( tratto da wikipedia)

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